L’amore folle

Osserva quei rami intrecciati lì dove dovrebbe esserci il fusto dell’albero. Lo fa da un po’, affacciata alla finestra di quella casa-parentesi che dovrebbe essere un luogo di vacanza, di stacco dal quotidiano. Sembrano corde inestricabili. Gli stessi fili d’acciaio che li legano da anni. Robusti e rugosi, adatti a ferire il derma e a farlo sanguinare. Ci fosse stata dietro almeno una motivazione valida, un senso al dolore che riuscivano a procurarsi reciprocamente senza riuscire né a smettere né a dire basta. Non erano amanti. Non avevano problemi materialmente valutabili. Non avevano davanti ostacoli seri. Avrebbero potuto essere forse non felici, ma almeno sereni. E invece no. Erano coltelli dentro al cuore, spilli conficcati nella carne, schiaffi sull’anima. Una guerra, una serie di battaglie intermezzate dalla tregua. Si erano conosciuti in un locale. Non si fossero incrociati lì, quella sera, non si sarebbero mai incontrati. Lei accompagnava un’amica. Lui stava in un angolo con lo sguardo di chi non deve chiedere nulla a nessuno e ha disprezzo del mondo intorno. Ci era entrato per distrarsi da una brutta delusione. Lo aveva saputo dopo. Ed erano decine di corpi che facevano folla, musica assordante, e gente che non guardava mai negli occhi. Poi erano passate li, davanti al re del silenzio e del distacco, ed erano stati fulmini. La sua amica se ne era accorta ed aveva trovato una scusa per intavolare uno pseudo discorso. Lui non deve chiedere mai, pensa lei con lo sguardo perso dentro agli intrecci di quell’albero e del suo cuore. Quante volte si erano mandati a benedire ed altrettante si erano rincorsi. Quei fili invisibili e forti che li rendevano burattini. Dipendenza affettiva. Paura. Abitudine. Spiegazioni razionali per moti del cuore. Pura attrazione. Svilimento di qualcosa di nobile e diverso che uccidevano con la loro incapacità di trovare pace ed equilibrio. Facile giudicare da spettatori. O dire basta, così non può funzionare. L’amore malato. Che graffia, che dà botte, che ti butta per terra e ti viene a raccogliere. Senza una spiegazione logica. Senza una reale motivazione. Non voleva perderlo e lo aveva pregato di fare insieme una terapia di coppia. E non la voleva perdere perché si era messo a ridere e fare il sarcastico ma malvolentieri aveva accettato. Perché si, si distruggevano psicologicamente ed emotivamente, a volte. Ma l’uno era la cura e la medicina per l’altro. Il rimedio di quel male indefinibile e confuso che assomigliava all’inquietudine di chi non è sazio e soddisfatto. Come se non bastasse tritare le ossa e ricomporle creando forme nuove. Lanciare un dardo infuocato contro le stelle e far esplodere l’universo. Camminare secoli di deserto e trovare l’unica fonte. Lui entra nella stanza e l’abbraccia. Altri rami forti che la fanno sentire bene. Prima delle tempeste. Prima della cenere. Quella volta in cui era così stanca e disperata. L’accordo di non uscire dalla vita dell’altro ma mantenendo la distanza. L’aveva guardata sbigottito. Le aveva piantato gli occhi fino al fondo dell’anima con un unico interrogativo. La domanda di speranze tradite, di illusioni disattese, di rinuncia al cammino. Non aveva detto niente. Aveva preso la giacca ed era uscito. Non le aveva rivolto la parola per giorni. Poi una notte aveva suonato al campanello. E col cavolo che se ne andava muto. Ripetilo. Le aveva chiesto deciso. A due centimetri dalla faccia. A zero millimetri di suono. E col cavolo che lei non lo aveva ripetuto. Parole scandite e chiare. Sguardo deciso. La maschera. Le spalle di un uomo ferito. Di nuovo gli occhi, perché tra di loro quelli non hanno mai mentito. Soli non andiamo da nessuna parte. Niente paura. Niente assuefazione. Niente comodità. Questo è quello che vedono gli altri. Questo è quello che farcisce le chiacchiere. Teoremi, teorie e congetture. Li c’è un animale selvatico che non deve chiedere mai ed un esemplare della stessa specie che chiede tutto quello che vuole. Nessuno di loro due ha bisogno dell’altro per sopravvivere, ma separarsi li distrugge. Insieme sono fiamme e cenere. Da soli sono parti spezzate in due. Sono giorni che sono tranquilli lì, in quel posto lontano da tutto. Non litigano. Non impugnano armi. Perché l’amore fa solo ridere. Perché l’amore è solo gioia. Perché l’amore, l’amato l’ama’. Perché è più facile scegliere la via più sicura. Il sentiero battuto. La strada affollata. Perché c’è sempre una spiegazione a tutto. E gli intrecci si sfuggono, si confondono per catene, per mancanza di ossigeno. Perché amare è lasciare andare e mai cercare di restare ad ogni costo. Una malattia incurabile. Una causa persa. Una sconfitta. Umani e fallibili. Questo sono anche loro. Forse decideranno di arrendersi. Aumenteranno i numeri della schiera dei vinti. Ora c’è lei che fissa quell’albero da quella finestra e lui che la stringe forte. La stessa scena muta. Che cos’è quel sentimento nessuno di loro due può saperlo o descriverlo. Scelte. Una è quella di quei rami secolari. Quella malattia ha radici. Quella guerra può essere vinta solo in squadra. Quell’insanita’ non si può che percorrere in due.

Il cammino della guerriera

Corazza, armi e sfide. È tutto quello che la vita mi ha donato. Anzi, la corazza no. Quella la costruisco giorno per giorno con il modo in cui decido di reagire. Ci sono vite peggiori. Non ho mai guardato al peggio ma a quello che c’era oltre me. Oltre le barriere, la visuale ristretta, i limiti. Per anni ho guardato oltre l’orizzonte per cercare di capire chi e cosa volevo essere mentre ero ciò che ero. E poi un giorno ho capito. L’ho capito nel dolore, nella sconfitta, nella rabbia. Io voglio essere una guerriera. Non perché mi esalti il conflitto o perché mi piaccia. È la vita stessa che mi ha risposto e che continua a farlo. Con le sue sfide, con i suoi colpi. Per anni ho creduto mi odiasse. Ancora mi chiedo cosa intendano le persone quando affermano di amarla. E oggi la comprendo di più. Comprendo che questa vita non mi umilia ma mi addestra, come si fa con il più promettente degli atleti, con l’asso nella manica. Mi sento tanto fragile a volte, più di quello che in realtà non sono forse. Evito quello che mi ferisce. Non per paura, non per vigliaccheria, ma per rispetto. Non amo la vita ma la rispetto. E rispetto me stessa come a volte per superficialità, immaturità o inesperienza non ho fatto. E poi ho esagerato. Ma in entrambi i casi era un eccesso. E oggi la vita, mia maestra, mi addestra. Lo fa ogni giorno, lasciandomi sempre una scelta. Ogni nemico che appare sulla scena della mia esistenza viene ad allenarmi. Ogni evento nefasto arriva per forgiare la mia corazza, per temprare il mio spirito. Come tutta la grande montagna di rabbia, l’amica migliore che resta nell’ombra e che io domino come lei domina i cani della Dea. I cani che ho sempre sognato la notte. Queste armi che il nemico sleale spunta e ruba. Le armi che mi costruisco da sola, raccogliendo pezzi impensabili lungo il cammino e che no, non può rubare
nessuno e che se anche le rubasse ne costruirei altrettante. Non sono mai stata una perdente. Perdente è il marchio che il nemico vorrebbe affibbiarmi proprio perché non lo sono. Il buio cerca sempre di spegnere la luce. E questo buio sceglie di essere buio pur potendo essere luce esso stesso. Sono sempre e solo scelte.
Ho un nome, ne abbiamo uno tutti. Ma ieri, e non oggi, sono stata battezzata guerriera e la Dea è tornata nella mia vita per ricordarmelo. Mi ha mostrato un “buio” che non è il vuoto della tristezza inconsolabile, e non è il disgusto di piani orditi meschinamente alle spalle. Il buio interiore fatto delle mie stesse ombre. Lei
fa cadere tutte le maschere. Sono nata guerriera prima ancora di nascere. Lo sono stata in maniera diversa nelle vite passate. Rinascero’ guerriera nelle vite future che mi saranno concesse, dalla mia anima che deve apprendere. Non è brutta la “guerra”. Non è cattivo combattere. Dipende dalle motivazioni e dall’etica. La
mia rabbia mi parla attraverso i volti e i comportamenti degli altri. La mia ombra vuole uscire ed io devo liberarla piano piano, per non fare danni. I miei nemici mi studiano. Lo hanno sempre fatto. Non si sono mai basati soltanto sui fatti. Anche io studio, ma più che loro me stessa. Perché nulla può nessuno se si conquista il dominio delle proprie reazioni. Il nemico l’ha già conquistato quindi è un maestro. Non è un problema che mi riguarda l’uso che ha deciso di farne. In questa vita io ho capito quello che merito e ogni mia battaglia sarà sempre volta a questo. Ma prima devo difendermi. Prima ci sono le ombre. La mia guerra non è qui e non è ora. Questa è una delle battaglie. Ogni giorno non è altro che questo. Sono qui, da secoli.
E non l’aspetto. Non sono mai stata un essere inanimato ed immobile. Echeggiera’ il mio grido infernale. Tremeranno le montagne. Esploderà l’universo. Perché tutto è riflesso dell’interiore ed i miei tamburi gridano riscatto. Sono solo battaglie. Io voglio la vittoria. Non arrendersi ad ogni sfida è un mattone in più per il castello. Guardalo. Dove tu vedi macerie io vedo magia. Dove tu vedi passato io vedo promessa. Dove
tu vedi inutile ostinazione io vedo domani. Le guerriere si sono sempre salvate da sole. Sole creano regni che popolano con tutto ciò che decidono di salvare.

Dark lady

Due fuochi fiammeggianti nella notte. Un colpo di frusta al petto. Aveva visto e provato questo incrociando il suo sguardo tra la folla. Poi schiena. Era rimasto lì, stordito e confuso, ad osservare bocche da cui promanavano suoni che non era più in grado di comprendere. No grazie. Aveva rifiutato un altro bicchiere. Si era scusato con i compagni allontanandosi. Seguendo la scia di una cometa volatilizzata nel buio. L’aria fresca della notte. Le voci sommesse e lontane di quella festa. Uno sguardo all’orizzonte. Un sospiro prima di girarsi per tornare dentro. Un altro colpo di frusta, alla schiena. Gelido, come il ghiaccio stalattitico di una caverna. Lei sullo sfondo. Misteriosa e bellissima. Morbidamente fasciata da un ampio vestito nero. Circondata da tulle e silenzio. Qualcosa di vicinissimo alla magia ed alla morte. Era iniziato tutto così, come i fotogrammi di una favola oscura, come il turbinio frusciante di quelle stoffe. Dopo averlo osservato si era data alla fuga. Aspetta! Aveva urlato inseguendola, senza nemmeno sapere perché lo facesse. Tutto così surreale. Lei così diversa da ogni cosa ci fosse intorno. Si era volatilizzata, di nuovo, sparendo nello sfondo di quel parco privato. Quella serata era finita così. Il cuore in tumulto ed un amaro. Poi il gas della sua auto nella notte.

Per strada, tra la gente, fermo di fronte ad una vetrina. Una folata fredda di passaggio, il volto che si gira. Una figura insolita, un grande mantello di stoffa cangiante con un cappuccio. Una presenza di verde petrolio come una lancetta d’orologio ferma su un tempo antico, ormai passato. Lei si volta indietro e lui la riconosce. Non riesce a crederci ma stavolta non la farà sfuggire. Il suo passo leggero e veloce, fluido come una danza. Lui dietro, agile e proiettato verso lo scopo. Ci starebbe bene un sottofondo sopra quelle chiacchiere da passeggiata della sera. E invece è il rumore dei passi, il battito martellante nel petto. Chi caccia e chi è invece la preda? E quando lei si ferma e si fa raggiungere si sente sconfitto. Perché mi segui? Due occhi gelidi e diretti. È da ieri che appari e sfuggi. Voleva solo capire chi fosse. Realtà o allucinazione. Si mise a ridere lasciandolo interdetto. E dopo quella risata lui capì di avere definitivamente perso.

Era cominciata così, in maniera onirica. Lo aveva rapito con la sua aurea di mistero e fuga. Lo aveva irretito con i silenzi interrotti dalle risate argentine. Lo aveva distrutto con le bugie e le menzogne. Arrivava lì e portava la luce delle stelle, poi spariva senza dire niente. Assente per giorni e poi ritornava la primavera. Fredda come il ghiaccio e cupa come la tempesta. Oscura come i suoi occhi bistrati e le sue vesti misteriche. Lo aveva reso pazzo. L’aveva seguita, spiata di soppiatto. Avrebbe voluto ucciderla mentre scherzava lascivamente con un altro. L’aveva bloccata in un vicolo cieco, imprigionata al muro, minacciata. Sono solo mia! Aveva ringhiato ancora più aggressiva. L’aveva lasciata andare prendendo a calci un cassonetto. La cercava anche se la disprezzava. L’accoglieva anche se la odiava perché sapeva cosa aveva sempre fatto. Avrebbe voluto bloccarla, cristallizzarla come la lancetta di quell’orologio fermo che gli era sempre sembrata. E invece accettava i suoi doni per poi seguirla per le strade come un predatore a caccia. La trovava come sapeva di trovarla diventando folle. E lei sapeva tutto ma continuava. Quella prima sera era stata la sua maledizione. Non avrebbe dovuto seguirla mai. E ora invece non riusciva più a smettere.

Altri occhi folli. Come vedere se stesso in uno specchio. Un rivale. Il confronto diretto. Idioti. Lei in fuga con aria di sufficienza. Lo aveva fatto fuggire come fosse il più affamato di quel branco casuale di cani sciolti. Dal destino o dalla crudeltà di quella sua dannazione. Era sua e non lo era mai completamente. Doveva dividerla con quelle marionette. Provava rancore e risentimento. Desiderio di rinchiuderla in una gabbia anche a costo di renderla furente. Bloccata, lì, proprietà privata. Non più inafferrabile – se non a tempo – come la sabbia tra le dita. Più di una sera, più di qualche ora. Più di un’illusione. Era veleno ed era anche l’antidoto. Un serpente impazzito in un vortice pronto a mordere se stesso.

Ho sbagliato a sceglierti. Gli aveva ringhiato contro furente. Chiusa a chiave in quella stanza. Prigioniera come una fiera in gabbia. E stavolta era lui a ridere. Lei e la sua natura inquinante e provocatrice. L’aveva inseguita per mesi ribollendo nell’ira e nel desiderio di vendetta. Era caduto nella sua trappola. Ma poi aveva capito. Era sempre stata sua. Anche ora con quella furia incontrollabile con cui aveva distrutto la porta. Una fiera libera di fronte al rivale. L’altra porta aperta e lei che stavolta sceglie di restare.

La regina dei fiori

Corre per raggiungere la sua destinazione. Inciampa nel fluttuare armonico e danzante delle sue vesti sontuose. Cade per terra e non si fa male per miracolo. La magia di quel prato verde, e rigoglioso di fiori, che cura da anni. Da quando è piccola, da quando ne conserva ricordo. Vicino al suo naso, a ridestare quel sensibile olfatto, il profumo dei narcisi candidi. Non ha più poteri in quel palazzo. Il suo regno è stato usurpato. Solo quell’immenso giardino resta sotto al suo pieno controllo. Rimane lì, immobile e sconvolta, a fissare i narcisi eretti. Piccoli soldatini in grado di ricordarle la dignità del suo rango. Una singola lacrima, asciutta. Una goccia isolata di sale ed acqua le attraversa il viso cadendo su un filo d’erba. Lui accogliendola si illumina. E allora lei si alza. Con la stessa delicatezza, e con la stessa forza, che ha sempre avuto. Il suo regno non è perso anche se non possiede più il Palazzo. Vasto e sconfinato è il suo grande giardino. Decine di farfalle sfidano anche l’inverno per volare intorno ai suoi fiori. Meraviglie che non cadono nemmeno con le peggiori intemperie e con il gelo. Quel suo giardino incantato, che ha lasciato interdetti gli scienziati ed i botanici, che ha stimolato la viva curiosità dei filosofi e dei pensatori, che le ha donato il pregiatissimo titolo di Regina dei fiori…quel giardino è il Regno. Il suo popolo le parla. I narcisi le suggeriscono di non arrendersi. Come altre volte le gardenie le hanno fatto i complimenti. Carezze per la sincerità e per il candore di carattere, oltre che per la nobiltà d’animo. I gelsomini le hanno fatto sempre ritrovare l’ottimismo. Le rose l’hanno omaggiata con aggraziatissime danze ed effluvi sublimi. I nontiscordardime le hanno riempito la testa con le loro allegre chiacchiere e la loro onnipresenza. I papaveri le hanno suggerito di fermarsi ad ascoltare i consigli del vento. Le orchidee si sono inchinate alla sua magneficenza pur essendo tra i fiori più sublimi. – Maestà non arrenderti! – i suoi piccoli e svettanti narcisi sono lì, davanti a lei, a ricordarle di chi fosse e di quale compito si dovesse occupare. Una folata di vento la inebriò del loro profumo in maniera ancora più insistente. La regina chinò loro il capo in segno di riverenza. I narcisi bianchissimi assunsero una tenue sfumatura rosata. E poi andò nel suo laghetto, in cerca del fiore del quale le era stato attribuito il nome. Lo vide galleggiare sulle acque, candido e splendente. – Fiore di loto, ben tornata! – la accolse festoso. Quella regina fatta di vesti fluenti e corone fiorate, quella figura misteriosa e senza tempo che camminava a piedi nudi sui prati, ad ogni passo illuminava tutto il popolo di quel regno. Appena arrivata lei le farfalle accorrevano a frotte. Il suo popolo di fiori si ridestava. No, niente era ancora perso.

Tredici capi d’imputazione (Un romanzo diverso, p.3)

Il suo capo è un autonomo, uno che non ha a che fare con altri. Uno che svolge i suoi affari tranquillamente, senza superare limiti che sa benissimo essere insuperabili. Senza spingere la propria sete di potere, e la propria avidità di guadagno, al punto da rubare il pezzo di pane dalla bocca di un pesce più grande di lui. Affari tranquilli. Affari “puliti“. Affari da tredici capi d’imputazione tra cui associazione a delinquere, estorsione, pluri-omicidio aggravato, furto, riciclaggio, spaccio di sostanze proibite e minacce, per citarne almeno uno tra i meno gravi. Tredici capi d’imputazione per conquistare i quali aveva dovuto spendere decenni della propria vita, impegnati a costruire una vera e propria carriera criminale coperta da un’onorabile e specchiata quanto falsa moralità. Un ricercato. Un bandito. Un pesce piccolo però. Un cane sciolto che non conosceva nemmeno un briciolo del branco che immaginava popolare il mondo che aveva scelto di vivere. Il mondo che aveva reso sua ragione di vita fine a se stessa. Dopo il guadagno, dopo il comando. Quando Luca era entrato in quel gruppo di lavoro sapeva di questo e sapeva di altro dell’uomo che avrebbe apposto la firma alla sua busta paga. Che sarebbe diventato l’autista di un industriale produttore di caffè in Sud America, con affari anche in Europa, lo avrebbe scoperto solo più tardi, una volta inserito nell’organico. Ad addentrarlo nei segreti, quelli appena superficiali, di quel fitto bosco di affari misteriosi era stato il suo amico Carlos. La prima cosa che aveva attirato la sua attenzione era stata la parola soldi, di cui aveva bisogno. La seconda, posto stabile con possibilità di carriera. Solo in terza battuta aveva finalmente capito dove stava l’inghippo. Lavoro pericoloso. Lavoro con doppia faccia. Lavoro non facilmente conciliabile con una vita quotidiana “normale”. Ma una vita normale, Luca aveva sorriso amaro affermandolo, non l’aveva mai avuta nemmeno prima. Non avrebbe perso niente. Carlos aveva all’attivo già due sparizioni e cinque incidenti. Il tutto in soli tre anni di servizio. Luca non aveva tanta fretta di raggiungerlo. Per ora aveva solo preso parte ad un incidente. Ricordava ancora le implorazioni strazianti della vittima. La spietata freddezza degli esecutori a cui aveva fatto da palo. Quella parte di lui, dentro, che gli era morta quando tutto era finito, anche se lui non aveva mosso un dito. Quel non muoversi. Quel non mettersi a gridare di fermarsi, di smetterla, di finirla con tutto il loro schifo. Quella sua non azione era bastata a renderlo complice, non solo per la legge. Tornato in sede si era rinchiuso in bagno. Gli altri non lo avevano visto ma avevano capito lo stesso. Aveva vomitato e per questo lo avevano preso in giro. Risate assurde, frasi senza senso. Volti deformi e voci sconnesse, squilibrate. Il suo mondo crollava e al suo posto se ne faceva strada un altro. Quello della consapevolezza che sarebbe diventato come loro un giorno e che guardando indietro, ora, non si vedeva più quell’altra terra che aveva lasciato.

Vitaliano p.3: Un giorno fatto di un suono

Alla sorella non sa come dirlo. Ormai hanno una certa età, lei è più grande, ha paura che le prenda un colpo. Pensa che sia più opportuno preparare il terreno piuttosto che metterla di fronte al fatto compiuto. Prende il bambino con sé, dopo averlo avvolto in un asciugamano, e lo porta in camera da letto. Lo adagia delicatamente sul materasso sperando che la sua assenza non costi la vita al piccolo. Tira un profondo sospiro che le gonfia il petto e preso tutto il coraggio va di là. La sorella guarda ancora la televisione, ne sente l’audio. Pensa a tutte le parole che potrebbe utilizzare, ai discorsi più opportuni da fare. Tutto le balena nel cervello da quando ha iniziato a pensarci. Poi è lì, davanti a lei. La guarda in un modo tale, che neanche lei saprebbe dire, al punto da riuscire a distoglierla da quell’ipnosi quotidiana che è diventata la sua droga. – Che c’è? – le fa interdetta. – Ho trovato un bambino – in quale altro modo avrebbe mai potuto dirlo … concetto chiaro, chiarissimo. Quando l’altra si alza dal divano sussurrando un cosa? tra lo stupito e divertito, pensando magari ad uno scherzo, non si meraviglia. – Te l’ho detto, ho trovato un bambino – ripete lei se possibile ancora incredula. – Era nella casa vecchia quella dove vanno i miei gatti, i randagi a cui porto da mangiare. Stavo lì che ne guardavo uno fare la festa alla sua cena ed ho sentito quel bambino piangere … – – Si, ma questo bambino ora dov’è? – fa l’altra pragmatica, assurdo come sembrino essersi scambiate gli abituali ruoli. Le indica la camera da letto. Cominciano a muoversi verso quella direzione. Quando entrano nella stanza e la sorella si guarda intorno l’occhio le cade subito su quel qualcosa che si muove sul letto. Si avvicina per guardarlo meglio e per poco non caccia un urlo, neanche si fosse trattato di un mostro, un piccolo essere mutante. – Ma perché lo hai portato qui? – le fa scuotendosi dal torpore mentale nel quale sente di essere caduta. Non è lì che un bambino abbandonato deve stare. Bisogna chiamare la polizia, i carabinieri, gli assistenti sociali … chi diavolo si deve chiamare? E poi loro che c’entrano, hanno un’età loro non se le possono prendere queste responsabilità. La sorella cerca di calmarla da quell’improvvisa agitazione. Propone di sedersi un po’ lì e riflettere. Ma il tempo passa e l’agitazione non si placa. – Se lo denunciamo alle autorità lo porteranno in qualche orfanotrofio o che so io – comincia lei che forse per il solo fatto di averlo trovato già si è affezionata. L’altra che capisce la guarda come se stesse per proporle qualcosa di inconcepibile. Ma in quale diavolo di modo avrebbero mai potuto tenere nascosto quell’esserino che sarebbe cresciuto ogni giorno di più e infine sarebbe diventato adulto. Non avrebbero di certo potuto inventarsi di essere le madri loro, alla loro età, e poi così da un giorno all’altro! Domani avrebbero denunciato il ritrovamento. Domani avrebbero risolto tutto. Solo che quella sera non lo sapevano che non sarebbe mai arrivato quel domani. Al suo posto sarebbe arrivato un altro giorno. Un giorno fatto di un nome. Un giorno fatto di un suono.

La regina cervo p. 4: Il vuoto

Alla fine era uscito. Era contento di farsi confondere dai racconti gonfiati di Mark e dalla battute divertenti degli altri. Lo facevano sentire meno solo, anche quando non partecipava e sembrava assente. Violette cercava sempre di coinvolgerlo e lui era molto cortese. Quella sera avevano deciso per un lounge bar, bere qualcosa insieme tra una chiacchiera e l’altra. Ognuno di loro aveva una carriera promettente davanti. Mark era penalista, Judith commercialista di un’importante società di trasporti, Edward con due lauree alle spalle in letteratura e in filosofia insegnava all’università e aveva fatto tutto in tempi record, Mary Anne era medico in una clinica privata. Si erano conosciuti tutti al club, sin da quando erano ragazzini, e la loro amicizia era maturata nel tempo consolidandosi. Matthias con loro si sentiva meno solo. Aveva avuto delle storie ma mai una fidanzata ufficiale. E anche le storie non rappresentavano grandi numeri. La prima volta, a 16 anni, era stata una delusione. Era una ragazza più grande ed era successo nello spogliatoio maschile mentre gli altri facevano lezione in campo. Lei lo aveva puntato da un po’ e lui era lusingato da questo interesse. La curiosità di quell’esperienza era tanta, credeva che fosse normale, lei era già esperta. Era stato tutto veloce, vuoto. Si era sentito usato. Continuava a chiedersi cosa significasse davvero innamorarsi. Se avrebbe mai vissuto un amore come quello dei suoi genitori. Poi pensava di ragionare come una femminuccia e si imponeva di fare il duro. Allora puntava qualcuna e iniziava a corteggiarla. Sceglieva prede facili ed inesperte, gli davano l’illusione di non essere usato come quella volta, ma poi si sentiva ipocrita. Quelle ragazze le trovava carine, simpatiche anche, ci usciva apposta. Ma c’era sempre quel vuoto, come se il suo cuore fosse arido e gli istinti non andassero oltre una funzione puramente biologica. Dopo la prima ci aveva provato con altre quattro ragazze ma non durava più di qualche mese. Non era tipo da fingere o fare del male. Già tempo prima aveva cominciato ad avere dubbi sul proprio orientamento sessuale. Ma non provava nessuna attrazione verso i maschi, semplice amicizia per quelli con cui si sentiva più affine. L’attrazione fisica per le ragazze c’era. Allora il problema doveva essere un altro, ma non capiva quale. Violette era il suo sesto tentativo, anche se lui si sentiva più un progetto nella mente della ragazza che uno sperimentatore in cerca della propria identità. Aveva sempre vissuto l’amore attraverso l’esempio dei genitori e lo aveva vissuto da spettatore, come qualcosa di grandioso ed epico che nulla aveva a che fare con quell’assenza di coinvolgimento affettivo che viveva costantemente lui con le donne. Forse era destinato alle storie fugaci, a restare scapolo. Forse due grandi amori nella storia di una sola famiglia non avevano abbastanza spazio. Tra amici si mostrava cinico e distaccato, ma sapeva di avere un animo romantico. Sapeva di cercare qualcosa di particolare a cui tuttavia non riusciva a dare forma. Alla sua età si sentiva un caso disperato, anche di quello se ne stava facendo una ragione. Con Violette non riusciva ad andare nemmeno oltre. C’era qualcosa in tutta la sua perfezione che non lo aveva mai convinto. A fine serata salutò tutti e suo malgrado dovette riaccompagnare Violette, che aveva licenziato l’amica con cui era arrivata, affermando che l’avrebbe riaccompagnata lui a casa. Aspettava un cenno, un passo da lui ma Matthias provava solo imbarazzo e disagio. “Allora ci vediamo “ la salutò con un timido bacio sulla guancia, consapevole della delusione della ragazza. Forse lo intimidiva, forse non era abbastanza innocente, ma Matthias sapeva già che lei non era chi cercava. Sospirò malinconico e mise in moto l’auto per dirigersi a casa.

La regina cervo. P.3: Un giorno per caso

L’appuntamento era stato rinviato. Aveva appena ricevuto una telefonata da parte dell’agente dell’autore. Non restava che tornare indietro, se solo sapesse come. Era stanco di guidare e decise di fermare la macchina e scendere. Ora i passanti fissavano incuriositi anche lui. Probabilmente non erano abituati a vedere vestiti di quella fattura, scarpe lucide. Per un attimo li invidiò. Sapeva quanto fossero comodi i vestiti sportivi, casual. Quei completi lo facevano sentire stretto, legato. Allentò la cravatta. Aprì i bottoni della giacca. Faceva ancora caldo ma presto sarebbe arrivato l’autunno e forse quella sensazione di soffocamento sarebbe cessata, forse…Decise di fare due passi, non gli importava più niente della macchina. Un uomo con un cappellino da baseball, con una sigaretta accesa in bocca, lo osservò con il ghigno storto. Stava seduto sugli scalini di un’abitazione e batteva con un ferro contro qualcosa. Lo osservò da capo a piedi per poi ignorarlo deliberatamente. Buongiorno … pensò, simpatico. Gente di fogge diverse si inseriva in un mini market lì accanto. Ricordò che il suo frigo di scapolo era vuoto, a parte il burro di arachidi, un po’ di frutta e un trancio di pizza della sera prima. Mangiava più fuori che a casa. Continuò a camminare osservando davanti a sé l’andatura dinoccolata e buffa di una bimba di quattro o cinque anni, con un simpatico cerchietto in testa. Quando superò lei e la madre lo osservarono alzando la testa. “Ciao”, Matthias sorrise superando lo stupore imbarazzato della madre. C’era qualcosa di rilassante in quel mischiarsi in mezzo ad una umanità che non fosse in giacca e cravatta e in luoghi formali. Gli tornò in mente lei…odiava le occasioni ufficiali, faceva sorridere Vitaliano con trovate bizzarre. Prendeva in giro la gente altolocata che conosceva solo il valore dei soldi e delle apparenze. Nei ricevimenti ingessatissimi scappavano appena potevano dalla folla per esplorare le stanze. Sua madre rendeva tutto un gioco, un’avventura. Era tutto bello e gioioso con lei. Non lo avrebbe mai visto diventare marito, padre. Non c’era stata alla consegna del diploma, alla laurea, alla promozione. Non aveva potuto seppellirla con i capelli da nonnina come era più naturale che fosse. Sarebbe stata diversa, come sempre, avrebbe rifiutato la tinta, il trucco ma sarebbe stata comunque splendida come le donne senza tempo. Era perso in queste riflessioni quando la sua attenzione fu catturata da una vetrina piena di oggetti. L’interno era scarsamente illuminato da una luce aranciata. In vetrina erano esposte statue di fate, Budda, mazzi di carte, pietre di vario genere, monili, gioielli dall’aria esotica. Appesi c’erano degli acchiappasogni e delle campane a vento. L’insieme era colorato, misto ma bene assortito. Mentre osservava incuriosito e perplesso queste cose sentì un miagolio provenire dal basso. Un piccolo gattino lo osservava un po’ come lui guardava gli oggetti in quella vetrina. Facendo tintinnare il campanellino appeso al collare verde si mise a sedere di fronte a lui continuando ad osservarlo. Matthias divertito dalla scena si voltò completamente verso di lui e lo osservò a sua volta a braccia conserte. Il gatto miagolò ancora. La porta del bazar si aprì facendo tintinnare il suono argentino di una campana a vento. La tenda di perle colorate fu smossa e tra loro emerse una ragazza. Capelli scuri legati in una treccia morbida. Indosso una camicia decorata da farfalle di colori diversi che spiccava sui pantaloni scuri, ai piedi ballerine. Si chinò verso il gattino parlandogli senza nemmeno accorgersi della presenza di Matthias. “Sei un gatto dispettoso, ti avevo detto che non dovevi uscire dal negozio”. Gli intimò di entrare facendogli spazio attraverso la tenda. E, cosa ancora più assurda, il gatto ubbidì come se l’avesse capita. Fu quando si voltò per fare spazio al gatto che si accorse di Matthias. Al primo impatto sembrò imbarazzata, consapevole di ciò che aveva appena mostrato, ma si riprese subito salutando con un cordiale “buongiorno” e rientrando. Matthias continuò a seguirla con lo sguardo. La vide attraverso la vetrina dirigersi sul retro. Il suo cellulare squillò, Violette voleva invitarlo ad un’uscita tra amici per quella sera. Matthias stava per accampare ancora una volta una scusa credibile ma Violette per incastrarlo gli comunicò ora e luogo raccomandandogli di essere puntuale per poi riattaccare. Rifiuto non ammesso. Era testarda e determinata e anche molto audace. Almeno lo era stata quando lo aveva baciato prendendolo alla sprovvista e non facendo una piega di fronte al suo imbarazzato distacco. Era una ragazza carina, elegante, aveva una brillante capacità di conversazione ed era una segretaria efficiente e puntuale, per fortuna non la sua. Violette era praticamente impeccabile. Troppo impeccabile. La sua bellezza era algida, studiata in ogni dettaglio. E quella cosa, quella che credeva dovesse scattare e che non era mai scattata in lui fino ad allora, quella che aveva intravisto tra le righe dei libri del padre mancava. Non era scattata nemmeno di fronte alle sue avance sfrontate e sapienti. Sospirò facendo spallucce, se proprio non se la sentiva non sarebbe andato comunque. O forse sarebbe uscito, non gli andava molto di stare solo quella sera. Guardò ancora attraverso la vetrina, la ragazza di prima era sparita. Tornò sui suoi passi per dirigersi alla macchina. Cercò la strada del ritorno chiedendo informazioni ai passanti. Gente a bocca aperta, come se avessero parlato con una star del cinema o un personaggio importante pur non conoscendolo affatto. Il potere della Maserati. No, il potere del lusso.

Vitaliano. P.2: Casa

Domani dovrà fare il turno di notte, oggi le è andata bene. Pensa a questo chiudendosi alle spalle la porta di casa. La sorella neanche le risponde intenta com’è a seguire quel suo programma, tra i preferiti, alla televisione. Sguardo ipnotizzato, ebete. Chissà se ci capisce poi davvero qualcosa. Chissà se si concentra su quello che accade o pensa solo a come ammazzare il tempo prima che sia lui a farla sentire ammazzata. L’infermiera la guarda e quasi si pente di non aver sposato il finanziere che per tanto tempo le aveva fatto la corte. E’ ancora presto per cenare. Prende qualcosa dal frigo ed esce con addosso il cappotto che non ha tolto da quando è rientrata. Nelle mani quel piatto di carta sigillato con un foglio d‘alluminio. Scende le scale, apre il cancello ed è fuori, nella notte. Quelle maledette luci il comune non le ha ancora fatte sistemare. Ha paura ad attraversare la strada al buio, con il rischio di non essere vista. Ma di tornare indietro così, con il piatto in mano non le và per niente. Da un’occhiata da un lato all’altro scrutando il vuoto, si fa il segno della croce e mentre attraversa la strada prega che in quel momento non passi un pazzo o un ubriaco deciso a guidare con le luci spente. Sta per raggiungere l’altro lato che già pensa a quel percorso da rifare all’inverso per il ritorno. In ogni caso il primo pericolo è scampato. Fa qualche passo e continua il percorso alla sua destra. Ecco che si ferma di fronte a una casa diroccata. Lì stanno i suoi gatti ed è li’ che ogni sera e ogni ora di pranzo, se i turni glielo permettono, porta loro qualcosa di buono. Libera il piatto dall’involucro metallico e l’appoggia a terra. Un gatto si avvicina subito, degli altri nessuna traccia. Quello lì, che intravede a fatica nel buio, rischiarato solo dai raggi della luna crescente è un cucciolo. Sembra nero se la vista in quelle condizioni non l’inganna. Un cucciolo abbastanza grande da cacciare da solo. Quando lo sente lamentarsi quasi si stupisce che riesca a farlo mentre ancora mangia boccone dopo boccone, almeno così suppone. Non ci bada troppo. Poi però si accorge che il lamento, che continua e continua come una nenia, proviene da più lontano. Forse dall’interno della costruzione. Fuori c’è quella strana luna, sembra un ghigno, un sorriso storto. Con le nuvole che a tratti la coprono e poi la rivelano acquista connotati ancora più turbanti. Inquieta. All’interno sarà completamente buio. Non ci pensa nemmeno ad avventurarsi a quell’ora di sera dentro a quel letamaio. E poi, tornare indietro a cercare una lampadina … raddoppiare il rischio di attraversare quella strada senza illuminazione. E quel pianto … quella specie di canto felino, non sa perché ma la attrae, irresistibilmente. Poi le viene in mente che fuma. Forse l’accendino l’ha messo dentro la tasca del cappotto. Infatti eccolo lì, lo trova con le sigarette. E’ solo la curiosità, ma per lei è sempre stata un’ottima molla. Fa scivolare il dito sul rullo metallico ed è luce. Un po’ poca per i suoi gusti ma ce n’è per accontentarsi. Si guarda intorno con il braccio teso in avanti, in basso. Schiva più di una schifezza ma non è certa di riuscire ad individuarle tutte alla luce di quel piccolo lumino. Il pianto lo sente ancora. Sembra proprio quello. Adesso è più vicino. Pensa ancora a un gatto ma fa più fatica a crederci ora, sembra più un bambino. Quando sente un intermezzo strozzato, come di tosse ne è quasi sicura, i gatti non tossiscono a quel modo. Però non riesce ad individuarlo. Non lo trova ancora. Un boato, fuori. Dalle finestre aperte un lampo illumina per un attimo tutto quel buio. Perfetto, la pioggia è il completamento perfetto di quella assurda spedizione. Lo pensa mentre si accorge di aver mollato la levetta dell’accendino per il soprassalto. Adesso è praticamente al buio. Deve aspettare un po’ prima di riaccendere altrimenti si scotta. Si detesta, detesta il suo animo investigativo e intrufolatore. In quel momento detesta davvero se stessa. Tasta il rullo e lo sente ancora tiepido. Ha la pelle dura, può sopportarlo, così riaccende la fiamma. Ricomincia a cercare ma ora il verso sta zitto, si sente solo il rumore della pioggia sul terreno, sulla materia. E’ come se quel tuono avesse ammutolito lì dentro ogni cosa dotata di vita. Se si fosse trattato davvero di un bambino forse avrebbe pianto più forte. Sta per smettere la sua ricerca quando qualcosa nel suo sguardo deluso, di sbieco, ne ravviva nuovamente l’attenzione. L’ha appena intravista, non saprebbe neanche dire cosa. Si sforza di ritrovarla e dopo qualche tentativo ci riesce. Lo vede tutto, avvicinandosi, nella sua piccola interezza. La prima cosa che l’accoglie è un piccolo braccio in movimento. E’ a terra, posato sulla schiena. Gli arti ancora raccolti. Tutto incrostato, abbandonato senza alcun giaciglio accanto a cose irripetibili. Le vengono le lacrime agli occhi, ce l’ha un cuore lei, non come chi l’ha lasciato lì come uno scarto. Deve avere forse pochi giorni … ma non con quella temperatura, lì non sarebbe sopravvissuto così a lungo. Forse la sua vita era lunga appena qualche ora. Superato lo stupore iniziale si toglie la sciarpa girata intorno al collo. Deve per forza di cose abbandonare l’accendino. Una volta individuato il punto giusto va a colpo sicuro. Afferra delicatamente il bambino e lo avvolge in quella morbidezza di lana. Lo stringe a sé incurante che sia così sporco come l’ha visto e si fa strada nel buio. Fatica a trovare l’uscita così riprende l’accendino posato nella tasca. Fuori piove ancora. Attraversa quella strada con quel nuovo carico addosso. Dimentica il buio, i rischi e l’acqua che li bagna assume un ruolo secondario. Arrivata davanti alla propria casa, oltrepassato il cancello, apre il portone entra e se lo richiude alle spalle. Si affretta su per le scale, attenta a non cadere. Corre a regalargli altra acqua anche se la prima ad averlo battezzato è stata quella delle nuvole. Quando entra in casa sente ancora l’audio della televisione accesa. La sorella è sul divano, ne scorge la testa. Si chiude in bagno con quel nuovo ospite. Dovrà pure in qualche modo metabolizzare tutto prima di trovare le parole per raccontare. Intanto prende una bacinella e la riempie d’acqua. Cerca un sapone delicato, si lamenta di non averne uno adatto scordandosi che prima di allora non c’era mai stato motivo per tenerne uno in casa. Alla fine opta per quello neutro. Adesso lo lava poi penserà a nutrirlo. Potrebbe usare una siringa privata dell’ago, lo ha visto fare in un documentario con un cucciolo di non ricordava più bene quale specie, un mammifero comunque. Lo lava delicatamente. Lo pulisce dal ricordo di chi lo ha rifiutato e abbandonato. Pensa a come potrebbe chiamarsi, si lascia trasportare dalla soavità del pensiero che genera ogni cucciolo, esattamente come i suoi adorati gatti. Pensa a come potrebbe chiamarsi e le viene in mente quella storia dei nomi, fresca di giorno. – Perché non lo chiamiamo Vitaliano? – aveva fatto il marito stremato dall’insoddisfazione invincibile di quella neomamma primipara. Quella aveva arricciato il naso ritraendo il capo. Non le importava niente che quel nome avesse un che di importanza, non era così che voleva chiamare suo figlio. Da un ricordo. Da un nome scartato da altri. Dall’importanza. Da tre varianti che avrebbero fatto parte della sua vita, ma questo ancora né lui né lei possono immaginarlo. Vitaliano. Sarebbero dovuti passare anni, sofferenze cancellanti, rese atroci dall’intensità di tutti i sui sentimenti, prima di sentire questo nome uscire dalla sua bocca, prendere vita, colore, sapore. Lei ancora non c’è in questa storia. Arriverà quando sembrerà tutto tardi. Sembrerà non dover essere mai, poi invece eccola lì. Casa.